Monsignor Zanetti: il fatto oggettivo che impedisce l’accesso al sacramento consiste nell’aver avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile
di Mimmo Muolo
Tratto da Avvenire del 6 giugno 2010

Separati e divorziati possono fa­re la Comunione? E se no, per­ché? Sono le domande che molti si fanno di fronte a una nor­ma della Chiesa cattolica che spes­so ha suscitato, anche tra i creden­ti, non pochi dubbi e dolorose lace­razioni di coscienza. Quando poi al­cuni casi di cronaca ripropongono il problema a dimensione mediati­ca, la questione torna di grande at­tualità.

Avvenire ha girato le do­mande più diffuse a monsignor Eu­genio Zanetti, patrono stabile pres­so il Tribunale ecclesiastico regio­nale lombardo e responsabile del gruppo «La Casa», che nella diocesi di Bergamo fa accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o ri­sposate.

Monsignor Zanetti, qual è esatta­mente la posizione dei separati e dei divorziati di fronte all’accesso ai sacramenti?
È quella descritta molto bene nel Di­rettorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e in altri documen­ti. Occorre distinguere fra coloro che si trovano in una situazione di «se­parazione», di «divorzio», di «nuova unione». Per i separati (che non han­no in corso una convivenza), so­prattutto per chi ha subito la sepa­razione, di per sé non ci sono impe­dimenti oggettivi ad accedere a Con­fessione e Comunione. Tuttavia, se un separato ha avuto grosse re­sponsabilità e magari ha fatto del male all’altro coniuge o ai figli, que­sti per accedere fruttuosamente ai sacramenti dovrà fare un cammino di pentimento e, per quanto possi­bile, di riparazione del male fatto. I­noltre non vengono meno i suoi do­veri nei confronti dei figli. Non bi­sogna dimenticare che i sacramen­ti non sono degli atti magici, ma comportano degli autentici cam­mini di conversione e di fede. Se u­na persona separata, pur non con­vivendo, vivesse dissolutamente, non sarebbe nelle condizioni di po­ter ricevere i sacramenti.

E per chi, dopo la separazione, si trova ora divorziato, che cosa suc­cede?
Parliamo per ora dei divorziati che non hanno avviato una nuova con­vivenza o un matrimonio civile. Per la Chiesa il matrimonio, una volta celebrato in modo valido, è per sem­pre, cioè non può esser cancellato da nessuna potestà umana. Per questo, se in certe occasioni e a certe con­dizioni la Chiesa può riconoscere la legittimità della separazione per e­vitare mali maggiori, ritiene invece negativo il ricorso al divorzio. Quin­di, se una persona è ricorsa al di­vorzio volendo cancellare definiti­vamente il suo matrimonio e ma­gari, così facendo, ha causato ulte­riore male e dolore all’altro coniuge o ai figli, per accedere ai sacramen­ti essa dovrà attestare un sincero pentimento e, per quanto possibile, attuare qualche gesto riparatore. Per chi, invece, ha subito il divorzio o ha dovuto accedervi per tutelare legit­timi interessi propri o dei figli (sen­za tuttavia disprezzo verso il matri­monio, ritenuto comunque ancora in essere davanti a Dio e alla Chie- sa), non vi sono impedimenti og­gettivi per accedere ai sacramenti.

Dunque qual è l’impedimento ef­fettivo: il divorzio in sé o la convi­venza con altra persona successiva al divorzio?
Per separati o divorziati ciò che im­pedisce l’accesso ai sacramenti, ol­tre a eventuali condizioni morali soggettive non adeguate, è il fatto oggettivo di aver avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. È questa scelta, ulteriore rispetto al­la separazione o al divorzio, che po­ne in una condizione in grave con­trasto con il Vangelo del Signore ri­guardante l’amore fra un uomo e u­na donna sigillato con il matrimo­nio. L’insegnamento cristiano che la Chiesa cattolica continua a tra­smettere propone agli uomini una scelta matrimoniale unica e indis­solubile, fedele e aperta alla vita, per il bene dei coniugi e quello dei figli: un amore che riflette e testimonia la stessa qualità di amore che Dio ha verso gli uomini e che trova nel rapporto di Gesù con la Chiesa il suo riferimento e la sua mediazione ec­clesiale. Il matrimonio religioso è u­na realtà incancellabile, proprio co­me incancellabile ed eterno è l’a­more divino per l’umanità. Chi av­via una nuova unione contraddice con la sua scelta quanto indicato dal Signore e quindi si pone in una con­dizione oggettiva cosiddetta irrego­lare. Ed è proprio questa condizio­ne irregolare che non pone i pre­supposti sufficienti per accedere ai sacramenti. Ciò però non significa emettere un giudizio sulle coscien­ze, dove solo Dio vede. Inoltre, il fat­to di non poter accedere ai sacra­menti non è assolutamente un in­dice di esclusione dalla vita della Chiesa; anche i divorziati risposati possono continuare a fare cammi­ni di fede che li rendano partecipi e attivi nella comunità ecclesiale.

Qualcuno si chiede: perché non può comunicarsi neanche il coniuge che, pur non avendo alle spalle un matrimonio religioso, ha sposato civilmente una persona divorziata?
L’impedimento per accedere ai sa­cramenti è, come già detto, la scel­ta di avviare un’unione di tipo co­niugale non fondata sul matrimo­nio religioso. Quindi le persone non sposate che decidono di avviare u­na convivenza o un matrimonio ci­vile con persona separata o divor­ziata sanno che il loro partner è già legato ad un matrimonio e che quin­di non potranno realizzare con es­so un matrimonio cristiano; e tut­tavia decidono di avviare un’unione con lui. La Chiesa, posta davanti a questa decisione, pur rispettando le persone, deve tuttavia esercitare un servizio di verità, che è anche un at­to di carità, nel richiamare queste persone alle conseguenze della lo­ro scelta. Ma anche queste persone possono continuare a fare un cam­mino nella Chiesa.

Ma perché l’omicida pentito e re­golarmente confessato può comu­nicarsi e il divorziato risposato che eventualmente si riveli ottimo ma­rito e buon genitore non può farlo?
Il giudizio sul fatto che una persona sia nelle condizioni oggettive di ac­cedere o meno ai sacramenti non è da intendersi come un giudizio sul­la sua coscienza: giudizio questo che spetta solo a Dio. Perciò, soffermar­si a fare confronti con gli altri non giova; al contrario dovremmo sem­pre avere a cuore, oltre alla nostra salvezza, anche quella degli altri, co­me Gesù ci insegna. Non dobbiamo allora scandalizzarci se un nostro fratello, che ha commesso anche gravi delitti come per esempio l’o­micidio, compiendo un autentico cammino di pentimento, revisione e riparazione, riceve il perdono di Dio anche attraverso la Confessio­ne. Anche a chi vive in una situa­zione matrimoniale irregolare Gesù pro­pone un cammino di conversione; e certamente in que­sto cammino ha il suo valore un serio impegno nel voler bene alle persone vicine, nell’educare bene i figli, nel par­tecipare alla vita della comunità, nel­l’essere attivo nella carità e nell’impe­gno sociale. Quanto poi ai mezzi spiri­tuali che la Chiesa è chiamata ad ammi­­nistrare, coloro che vivono in que­ste situazioni matrimoniali potran­no usufruirne nella misura in cui le loro scelte di vita lo permettono. Se essi decidono di non modificare il loro stile di vita di indole coniugale, contrario quindi all’insegnamento cristiano, non potranno accedere ai sacramenti, poiché i sacramenti per essere ricevuti con frutto esigono appunto il proposito di vivere se­condo tale insegnamento. Per loro però ci saranno altri mezzi e cam­mini penitenziali e di comunione che, sia pur non arrivando attual­mente alla pienezza sacramentale, comunque tendono all’incontro con la misericordia e l’amore di Dio.

Che cosa succede se il divorziato ri­sposato cessa la convivenza con la persona sposata in seconde nozze civili? Inoltre può accostarsi alla co­munione una persona che pur tro­vandosi nelle condizioni della do­manda precedente abbia notoria­mente relazioni extraconiugali o si trovi in una situazione di notorietà personale tale da suscitare scanda­lo nella comunità ecclesiale?
Non dovremmo mai porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggia­mento giudicante o condannante; questo, anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere e valutare la complessità della vita di una persona. Ciò non significa però lasciare tutto al giudizio e alle deci­sioni private o individualistiche; al contrario tutti devono confrontasi con l’insegnamento della Chiesa ed an­che affidarsi all’ac­compagnamento di sapienti guide spiri­tuali. Se quindi, a un certo punto chi vive una situazione ma­trimoniale irregola­re decide di conti­nuare a vivere insie­me, ma astenendo­si dai rapporti ses­suali; o se cessa la convivenza, c’è se­parazione o divor­zio dal matrimonio civile, o morte di u­no dei partner, vie­ne meno un impedimento oggetti­vo per accedere ai sacramenti. Tut­tavia, occorrerà valutare la globalità della vita morale e religiosa della persona, l’effettivo cammino di con­versione in atto, così che l’essere riammessi ai sacramenti si inseri­sca in un autentico cammino di fe­de e in una rispettosa vita ecclesia­le. In tutto ciò la Chiesa ha a cuore sia il singolo, sia l’attenzione ad evi­tare che il cammino di questi sia di scandalo per gli altri fedeli. Questo vale per tutti, anche (e forse con maggiore attenzione) per coloro che ricoprono un particolare ruolo pub­blico.