Cattolici nel Pd • In 42 denunciano il rischio del «formalismo che scade nell’amoralità»
di Davide Re
Tratto da Avvenire del 25 gennaio 2011

Nei giorni scorsi la lettera di sostegno a Silvio Berlusconi, riguardo al caso “Ruby”, firmata da esponenti cattolici del Pdl. Ieri è stata la volta del Pd, con documento elaborato in Lombardia da un gruppo di 42 parlamentari, eurodeputati e consiglieri regionali. Fra i firmatari del documento ci sono i parlamentari Emanuela Baio, Daniela Mazzuconi, Paolo Corsini, Luigi Bobba, Enrico Farinone, Lino Duilio, l’europarlamentare Patrizia Toia e l’ex presidente delle Acli Giovanni Bianchi, il consigliere regionale Fabio Pizzul. «Un’intera generazione politica, e non facciamo differenze di schieramento – scrivono gli esponenti democratici –, rischia di venire precipitata in un formalismo che accompagna alla proclamazione di valori e tradizioni che spesso vengono qualificati con l’impegnativo aggettivo di cristiani, una serie di comportamenti pratici che sconfinano nella categoria dell’amoralità e pretendono di non diventare oggetto di giudizio in nome dell’assoluta intangibilità della sfera privata e della libertà, altrettanto assoluta, di scelta dell’individuo». Un giudizio netto e severo, quello dei firmatari del documento, che non prevede attenuanti, nemmeno se riconducibili alla «sfera privata».

La denuncia riguarda anche l’aspetto culturale dei fatti evidenziati dalle vicende di questi giorni. «La rilevanza penale – si legge ancora nel testo della lettera – di un comportamento è fondamentale per il giudizio terreno di chi è investito del compito di vigilare sul rispetto delle leggi, ma le conseguenze morali e culturali di ogni nostro comportamento vanno oltre il codice penale e toccano elementi più profondi e radicali quali l’ethos collettivo e la possibilità di indicare criteri per vivere una vita buona». Per chi fa politica, proseguono i rappresentanti del Pd, l’impegno politico è «risposta alla comunità» e «la dimensione pubblica non è un qualcosa di totalmente separato dalla propria esperienza di vita, anche privata, tanto quanto per chi si definisce credente la testimonianza quotidiana non può essere separata dalle proprie abitudini di vita, anche privatissime». Non si tratta, spiegano in un altro passaggio del documento, «di ergersi a giudici di nessuno: per questo esiste la magistratura nella città terrena e il buon Dio in quella celeste. Il punto è un altro: il patrimonio morale e culturale di un popolo o di una nazione non sono indipendenti dal comportamento e dalle abitudini di chi in essi riveste ruoli di responsabilità, a qualsiasi livello».