Rosa si arrabatta per accudire a casa il marito, in stato di minima coscienza, con 1. 480 euro al mese e un’ora al giorno una persona che l’aiuta. E che dalla settimana prossima il Comune di Crotone potrebbe non mandarle più
di Andrea Gualtieri
Tratto da Avvenire del 10 febbraio 2011

L’amore di una mamma e di una moglie non ha prezzo, ma le cure e l’assistenza sanitaria sì. In Calabria, dove la sanità pubblica ha un deficit da due miliardi di euro, chi sceglie di accudire in casa un familiare in stato vegetativo deve arrangiarsi. A Crotone, ad esempio, l’unico supporto che Rosa ha per accudire suo marito Giovanni, ridotto in stato di minima coscienza in seguito a un aneurisma, è una persona che per un’ora al giorno va a darle il cambio a casa. «Non è una risorsa specializzata, non sa imboccarlo o cambiargli il pannolone, ma almeno mi dà la possibilità di uscire di corsa se ho qualche commissione da sbrigare», racconta la donna.

I coniugi vivono soli: i figli sono emigrati al nord perché in Calabria non hanno trovato lavoro. «Vorrebbero tornare ad aiutarmi, ma poi con cosa vivrebbero?» si chiede Rosa. Anche per lei, far fronte al bilancio domestico non è facile.

Avrebbe bisogno di una badante per qualche ora in più, ma non può permettersela perché la pensione d’accompagnamento è di 480 euro: troppo pochi per far fronte alle esigenze di un uomo che ha bisogno di assistenza continua.

E su quei soldi pesano pure le medicine: «Proprio ieri in farmacia mi hanno detto che nonostante l’esenzione dal ticket c’erano delle spese da integrare» racconta Rosa.

Alla fine, tutto quello che riesce ad assicurarsi con ciò che resta dell’accompagnamento è l’aiuto di un’inserviente che intervenga quando lei deve lavare Giovanni che ha il corpo rigido in seguito all’emorragia che ha devastato il suo cervello nel settembre del 1999. Quel giorno era un sabato e lui, che avrebbe compiuto i 55 anni la settimana successiva, dopo pranzo era andato a riposare. «È successo all’improvviso, senza nessun sintomo» ricorda adesso Rosa.

Dopo vent’anni di lavoro nella Pertusola, quando la fabbrica crotonese ha chiuso, Giovanni si era reinventato un lavoro da autotrasportatore. Lei, invece, è sempre stata una casalinga e ora benedice questa situazione perché altrimenti, dice, «chi si sarebbe preso cura di lui?». D’altra parte è difficile andare avanti con i mille euro che arrivano dall’Inps per i contributi versati dal marito. «Non sono abituata a chiedere – confida –. E del resto non capisco perché sia necessario alzare la voce per reclamare il diritto di una persona a essere considerata».

Ad agosto ha scritto al Comune: chiedeva aiuto perché Giovanni, da quando è tornato a casa, è imprigionato a causa delle barriere architettoniche. Rosa infatti ha seguito il consiglio dei sanitari dell’Istituto Sant’Anna, la clinica di Crotone specializzata negli stati vegetativi, che una volta stabilizzata la situazione medica raccomandano, se ce n’è la possibilità, di riportare il paziente nel proprio ambiente familiare. Solo che Giovanni e Rosa vivono in affitto in un palazzo dove l’ascensore ha un vano di 85 centimetri per 85: «Non sono riuscita a trovare una carrozzina che stia in quegli spazi» racconta la donna, disperata perché suo marito, «avrebbe bisogno di uscire, di ricevere stimoli».

Al sindaco Rosa ha spiegato che non può permettersi un affitto più alto dei 400 euro che spende e ha chiesto una casa popolare. Dal Comune, però, non è arrivata alcuna risposta e Rosa, in effetti, ha solo quell’ora al giorno per andare negli uffici per capire cosa fare. E ce l’ha, quell’ora, finché andrà avanti il servizio giornaliero: l’appalto scadrà il 19 marzo e al Comune le hanno detto che non è scontato che lo rinnovino per mancanza di fondi.