Per Beppe Sivelli, presidente Ucipem, fra gli operatori pubblici prevale la logica del «chi me lo fa fare»? • Assenti le istituzioni
di Antonella Mariani
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2010

Un gesto di coraggio. Un atto di fiducia e di spe­ranza. Contro tutto e contro tutti. Beppe Sivelli non vuole affrontare il caso di Roma parten­do dalle polemiche sulle porte sbattute in faccia alla gestante. Vuole invece sottolineare la testimonianza forte di una donna, sola al mondo, che «ha dato un senso alla sua vita, riuscendo ad andare oltre le pau­re, le angosce, le sollecitazioni a liberarsi di suo figlio. Una donna che è andata contro tutti per difendere quello che fin dal momento del concepimento è una persona».

Sivelli dal 2003 presiede la rete dei consultori di ispi­razione cristiana Ucipem, che sta partecipando con la Confederazione dei consultori cattolici alla di­scussione sulla riforma dell’organizzazione consul­toriale: 80 strutture «da Trieste a Trapani», 1. 500 tra medici, psicologi, consulenti familiari, pedagogisti… È raro che una donna che ha già maturato la decisio­ne irrevocabile di abortire bussi a un consultorio U­cipem – «In questo caso vanno in un consultorio pub­blico a richiedere direttamente il certificato per l’in­tervento», spiega Sivelli – ma al contrario è frequen­te che vi approdino donne indecise, disperate, in cer­ca prima di tutto di un conforto.

Dottor Sivelli, che idea si è fatto del caso di Roma de­nunciato dalla lettrice?
Credo che si tratti di un caso, peraltro assai frequen­te, di mancanza di accoglienza. Agli operatori socia­li quella donna ha posto un problema ed evidente­mente è prevalsa la necessità di risolverlo in fretta. Non c’è il tempo per approfondire, per cercare stra­de alternative; sulla logica del ‘cosa posso fare io, co­me operatore?’, prevale quella del ‘chi me lo fa fare?’.

Pietà l’è morta, direbbe qualcuno. Però non crede che questa mancanza di attenzione non riguardi so­lo i singoli operatori, bensì le istituzioni che non so­stengono la maternità come dovrebbero?
È indubbio che allo scarso impegno degli operatori corrisponde un ‘lasciar andare’ delle istituzioni. Tut­to questo completa un quadro culturale allarmante: il disinteresse nei confronti di chi non conta, i più vecchi, i più piccoli e a maggior ragione chi non si ve­de, i bambini non ancora nati. La prima parte della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, che preve­de il sostegno alla maternità difficile, è stata disatte­sa anche per l’assenza nella nostra società di una cul­tura della vita. In una società che va di fretta, conta chi ha potere e il feto non ne ha affatto. È l’ultimo del­la scala. E così la donna resta sola con il suo dramma.

Potendola incontrare, cosa direbbe a questa donna?
Le direi che ha tutto il mio rispetto. E che la scelta di tenere il figlio nonostante le difficoltà dà un senso al­la sua storia. Perché ha scelto la vita.