di Antonio Giuliano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 16 febbraio 2011

Con una sentenza che sta creando polemiche, la Cassazione ha aperto alla possibilità di adozioni dei minori da parte dei single.

La Suprema corte, sottolineando come in Italia il Parlamento non abbia ancora varato una legge in questo senso, ha convalidato l’adozione, seppur in forma non pienamente legittimante, ma “mite”, di una bimba russa alla quale farà da mamma una donna single di Genova. La Cassazione ritiene maturi i tempi affinchè i single possano adottare, con meno difficoltà, i bambini rimasti soli o abbandonati dai genitori naturali.

«Conosco le obiezioni di chi dice: meglio avere un genitore single che lasciare il minore in un orfanotrofio. Ma per esperienza sappiamo che un bambino abbandonato ha bisogno di un padre e di una madre sposati. Non si può proporgli una famiglia dimezzata». Sta facendo discutere una sentenza della Corte di Cassazione che ha riconosciuto a una donna “sola” di Genova il diritto di adottare una bambina russa. Ma dinanzi all’ipotesi di riconoscere ai single la possibilità di adottare Giorgio Cavalli non è tipo da cadere nel tranello del cosiddetto “male minore”. Lui è responsabile per l’adozione di Famiglie per l’accoglienza, un’associazione nata nel 1982 che ogni giorno affronta i problemi dei genitori adottivi. Una vera rete fatta da 3500 famiglie che si preoccupano di quei nuclei familiari che vivono la realtà di bambini adottati o in stato di affido.

Perché trova pericolosa la sentenza della Cassazione?
La nostra legislazione è già molto chiara: salvo casi particolari legati all’affido, chi adotta sono le famiglie e non i single. La legge 184 risponde infatti al diritto dei minori di avere una propria famiglia, un padre e una madre uniti in matrimonio. Sappiamo benissimo che oggi le relazioni familiari sono molto più labili e ci sono tante separazioni. Ma non mi sembra che l’ideale sia riproporre una situazione altrettanto precaria e instabile come quella di un single. Mi pare soltanto il tentativo di aggirare la famiglia monogamica e quindi aprire in futuro alle pretese adottive di omosessuali singoli o in coppia.

Quali sono i rischi nel consentire ai single di adottare?
Ci sarebbe una maggiore precarietà della struttura familiare: un single incontra difficoltà più grandi nella vita quotidiana, mentre in due ci si aiuta di più. E siamo sicuri che poi unendosi con un’altra persona questa sia disposta ad accettare il bambino? Io non voglio demonizzare i single e il loro desiderio di essere genitori. Non voglio giudicare negativamente la loro situazione, se si è single per scelta o perché la vita l’ha portato ad esserlo: può essere che abbia un profondo desiderio di paternità e maternità che non va disprezzato. Però l’adozione è pensata non per i genitori, ma come risposta al bisogno innanzitutto dei figli di trovare una famiglia e il minore ha il diritto naturale di appoggiarsi a una figura maschile e una femminile sposati.

Sono forse poche le famiglie coniugate che richiedono l’adozione?
Assolutamente no. Chi però come noi ha a che fare con le adozioni sa benissimo che ci sono moltissime famiglie regolarmente sposate che fanno fatica a ottenere l’adozione. Non è facile ottenere l’idoneità. E forse si può lavorare per migliorare queste pratiche anziché “aprire” ai single. Però è pur vero che, soprattutto per le adozioni internazionali, ci sono dei tempi tecnici di attesa che una volta erano più lunghi, (oggi di solito 2-3 anni). A volte si pretende un figlio subito ma l’adozione è un fatto sociale, non privato. Giustamente passa al vaglio dei governi, del tribunale dei minori che deve scegliere l’idoneità della famiglia. La famiglia deve essere preparata ad assumersi la responsabilità personale e sociale, la nostra associazione cerca di assolvere proprio a questo compito.

Che tipo di assistenza mettete in campo?
Proponiamo un percorso strutturato, con un mini corso di formazione all’adozione condotto da due famiglie che sono già famiglie adottive. La nostra associazione si fonda su un’amicizia tra famiglie che si offre ad altri genitori. Da credenti abbiamo sperimentato nella comunità cristiana un abbraccio totale che ci spinge verso gli altri fratelli. Noi pensiamo che l’adozione non possa essere vissuta da soli, neanche una famiglia fatta da un uomo e una donna che si vogliono bene può sostenere da sola l’esperienza adottiva, se non altro è molto più faticoso. Cerchiamo di rispondere ai loro bisogni quotidiani organizzando per esempio incontri specifici per l’inserimento scolastico dei più piccoli. Ma anche momenti di socialità e di festa.

Quali sono le difficoltà maggiori per chi adotta?
Senz’altro il fatto che un adulto si trova di fronte a un figlio che non ha generato lui. Non sempre l’adulto elabora fino in fondo la realtà di un bambino che ha già una sua storia, che proviene magari da un’altra famiglia, che ha un vissuto che non si può azzerare del tutto perché il figlio si porta dietro qualcosa della vita precedente. Periodicamente può ritornare in lui il trauma dell’abbandono, il genitore deve essere preparato alle domande e alla sofferenza del bambino che magari può emergere anche negli anni. Così come il genitore può in caso di problemi non sentirlo più come “figlio”. È un delicato equilibrio tra appartenenza e alterità: c’è sia il rischio di avere un atteggiamento possessivo che non lascia spazio alla storia del bambino, sia di estraneità per cui quando spuntano le difficoltà non lo si considera più come figlio.

È più difficile testimoniare in una società in cui ormai tutti reclamano diritti?
Sicuramente. Stiamo attraversando un momento di crisi molto forte, in cui vengono messi in discussione i fondamenti della famiglia, la stabilità lavorativa, le radici del cristianesimo. E c’è il tentativo di ridurre anche la famiglia a fatto privato: “Io voglio esser padre/madre”. Mi sembra emblematico che anche una rivista come Altroconsumo si sia occupata di adozioni chiedendone il diritto per i single. Anche l’adozione viene ridotta a consumo. La famiglia non è il luogo del privato e basta. Noi continuiamo a testimoniare che sia il luogo primario dell’educazione della persona, affinché sia responsabile e aperta agli altri. Per questo sosteniamo le difficoltà delle famiglie. Siamo nati come associazione di famiglie affidatarie, di minori arrivati da nuclei familiari in difficoltà. Poi ci siamo allargati all’adozione e a tutti i campi della accoglienza. Anche in aiuto delle famiglie con anziani o di genitori di ragazzi con handicap sia naturali o adottati. E oggi siamo presenti non solo in tutt’Italia, ma anche in altri Paesi del mondo: Argentina, Brasile, Cile, Lituania, Romania, Spagna, Svizzera…

Che cosa sperimentano coloro che si rivolgono a voi?
Molte famiglie arrivano da noi dopo altre esperienze con altre associazioni o l’Asl… Talvolta ci sentiamo dire che con noi hanno trovato la possibilità prima di tutto di percepire una grande bellezza nell’esperienza adottiva quando è fatta con consapevolezza e quando si è disposti ad affrontare serenamente le difficoltà. Perché di solito si mettono sempre in evidenza solo i problemi. E poi nella nostra esperienza scorgono un senso nell’adottare: arrivano chiedendoci qual è la tecnica, quali sono i tempi, quanto si paga, dove si va…Noi rilanciamo chiedendo perché tu vuoi essere genitore? In che consiste la tua fecondità? Anche a un single diciamo che non è vero che se non avrà quel figlio che desidera non sarà una persona feconda. Un adulto in quanto tale è fecondo: puoi diventare un educatore, puoi sostenere un’altra famiglia o metterti in gioco con una comunità di accoglienza. Ma un minore abbandonato ha bisogno di una famiglia e non del desiderio della tua generosità.